15 interventi fotografici.

14/4-14/9/2018 Museo Parco Archeologico di Selinunte

Villa Giulia a Palermo è il più antico giardino pubblico d’Italia. Progettato nel 1778, ha sofferto particolarmente: dei ventidue busti che lo ornano, quindici sono stati decapitati. Il concetto stesso di “giardino come opera d’arte” ne è fortemente compromesso, scivolando dalla dimensione del bello a quella del sublime ed è quello che illustrerò nel mio intervento.
A un primo livello, qualsiasi giardino pubblico è un punto d’incontro tra lo spazio urbano e uno spazio intermedio che articola un’architettura ideale al sogno di una natura perfettamente riconciliata. Per colui che vi cammina e che a ogni passo si immerge nella sua temporalità, Villa Giulia offre un bell’esempio di viaggio iniziatico, un’ispirazione massonica silenziosa che procede dallo spazio al non-spazio, dal tempo umano al tempo sospeso. Il giardino è uno spazio comune e le porte che si aprono su di esso introducono, allo stesso tempo, a una pace interiore e a un paesaggio di pura esteriorità ordinata, dove arte e natura si armonizzano. Questo è specifico del giudizio estetico secondo Kant: l’armonia delle facoltà dello spirito in un’esperienza estetica.
A un secondo livello, le mutilazioni delle statue di Villa Giulia offrono uno spettacolo tragico che espelle questo ideale di bellezza tramutandolo nell’esilio del sublime. Questo mediante la rottura dell’armonia tra queste stesse facoltà che tuttavia, per Kant, deve necessariamente concludersi in un significato cosmico e spirituale che sappia oltrepassare il tracollo dello spirito davanti all’irreversibile.
Il mio atto di mettere in scena i busti decapitati che caratterizza questa connotazione del sublime è essenzialmente artistico: le ferite rimangono, trascese da un atto che le riporta al pensiero dell’intatto e dell’ideale.

Questo lavoro è svolto in collaborazione con Justyna Gajko-Berckmans (storico dell’arte) e Frank Pierobon (filosofo).

http://emmanuelmuraille.be/portfolio/villagiulia/